Sempre nuovo nell'antico

A cura di

Massimo Casagrande

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Nella cultura occidentale la distruzione è associata a emozioni negative e genera spesso paura.
Eppure i monaci giapponesi ci aiutano a capire il valore di distruggere per ricostruire.

In una città lontana lontana...                          
Nella città di Ise in Giappone esistono due appezzamenti di terreno uno accanto all’altro. A turno, ogni 20 anni, un appezzamento è occupato da una costruzione, l’altro è libero per 20 anni. La costruzione che insiste sugli appezzamenti è il grande santuario scintoista di Ise che viene ricostruito e demolito ogni 20 anni dai monaci. Il prossimo appuntamento sarà nel 2013. Approfondendo ho scoperto che questa attività di distruggere e ricostruire ha tre significati.
Tre significati
Il primo, pratico, è quello di permettere ai monaci carpentieri, muratori e architetti di continuare ad esercitare la propria maestria e di tramandare da una generazione all’altra la tecnica costruttiva.
Il secondo è quello di avere sempre una struttura nuova e splendente, nel rispetto della tradizione e del progetto originario. Sempre nuovo nell’antico.
Il terzo è di praticare il concetto della impermanenza e della caducità di tutte le cose. Noi latini diremmo vanitas, oppure mondo liquido, per usare una metafora contemporanea.
Negli Studi Professionali                          
Distruggere e ricostruire richiama il concetto di dematerializzazione. Perché continuiamo a tenere archivi e faldoni sugli scaffali quando potremmo dematerializzare in files, con maggiore facilità di ricerca delle pratiche e delle informazioni? La carta costa e gli spazi fisici ancora di più.
Secondo spunto: sento spesso i fondatori degli Studi o i professionisti senior che si lamentano perché i professionisti più giovani non dimostrano l’attaccamento, la grinta e le dedizione che avevano loro verso lo Studio. Forse perché non hanno partecipato alla “costruzione” dello Studio e l’hanno trovato pronto, clienti e organizzazione inclusa? Perché non provare a tramandare il concetto di costruirsi da soli lo Studio, magari delegando le creazione di piccole divisioni nelle aree di attività nuove ed evolute, dove è indispensabile che i giovani siano protagonisti con un approccio innovativo?       
Terza riflessione: nel mondo professionale liquido, dove i legami sono deboli, dove i team si aggregano per un’operazione particolare e poi si liberano, saper fare rete è un ottimo paracadute. Costruire, alimentare e tenere viva la rete, con legami solidi ma elastici è utile per affrontare la complessità, sia del mercato che organizzativa.           
Quarta riflessione: liberiamoci dai modelli organizzativi obsoleti. Non abbiamo paura di “buttare via” qualche consuetudine, a beneficio di nuovi assetti organizzativi o nuove modalità di svolgere la professione. Serve per liberare efficacia ed efficienza. Le radici restano intatte.
Prendendo l’esempio dei monaci, per avere sempre “una costruzione” efficiente e per far “risplendere” la nostra tradizione, sposiamo un approccio differente: distruggere e ricostruire per valorizzare la tradizione ovvero sempre nuovo nell’antico. La comunicazione è sicuramente il mezzo adatto per fare questo.